Sono nata già arrabbiata, credo.
Nutrita dal dolore e dall’impotenza di mia madre.
Dall’ingiustizia e dalla furia che lei, prima di me, aveva ingoiato controvoglia.
Convinta che non ci fossero altre possibilità.
“Le brave bambine non si arrabbiano”, dicevano tutti.
Ed io ero, indiscutibilmente, una brava bambina.
Responsabile.
Giudiziosa.
Obbediente.
Un’adulta in miniatura.
Programmata per non creare problemi.
E, magari, trovare qualche soluzione.
Che di guai in casa ce ne sono già tanti, di certo non ti ci puoi mettere anche tu.
E poi non sta bene. Se strilli cosa penserà la gente?
Come dici?
Papà può urlare quanto gli pare e piace?
Ma lui è grande, è uomo, è il capofamiglia.
Il tuo compagno di classe ti dà fastidio?
Fai finta di nulla, vedrai che poi smette.
Questa situazione ti sembra ingiusta?
Non farne un dramma. La vita è così.
E io me lo ricordo il groppo alla gola.
Le parole ricacciate giù a forza.
Le lacrime che risalivano all’improvviso, senza spiegazione.
I pianti a singhiozzo, inconsolabili.
Il fiato spezzato.
Gli sguardi perplessi di chi proprio non capiva.
“Eppure era così tranquilla fino a un minuto fa”.
Piangevo per non gridare.
Per non lanciare oggetti contro il muro.
Dopo sono cresciuta e penso che tutta quella rabbia –celata, inespressa, insabbiata– abbia iniziato a farmi paura.
Così, ho odiato me stessa.
Per poter amare (e salvare) chi non era stato in grado di proteggermi.
Di permettermi di essere piccola.
Giustamente ferita. E infuriata.
Ho iniziato a farmi male per non sentire il vuoto dentro cui avevo fatto sprofondare la mia autenticità.
Insieme a ogni emozione scomoda, a ogni desiderio che potesse disturbare.
Scalfire l’immagine inossidabile di figlia modello.
Studentessa che non delude.
Lavoratrice indefessa.
Di quelle che “testa bassa, non chiedere nulla, aspetta che siano gli altri ad accorgersi di quanto vali”.
E se non se ne accorge nessuno?
Allora, è perché non vali abbastanza.
Non sei abbastanza.
Ma questo, del resto, lo sapevi già.La mia rabbia alla fine mi ha salvata.
Seppure nascosta è sempre rimasta lì.
Pronta ad emergere quando la misura è stata colma.
Quando quel collega cafone ha provato a calpestarmi una volta di troppo.
Quando uno dei tanti uomini discutibili a cui, come da manuale, ho dato il mio tempo, le mie speranze e (almeno credevo) il mio cuore, ha deciso di passarci sopra, senza scrupoli e senza vergogna.
Come avrebbe fatto con un oggetto inanimato di nessuna importanza.
Un ferro vecchio in attesa di rottamazione.
È stato atroce.
E io, oggi, gli sono grata.
Perché lì, davanti a tanta vile crudeltà, l’incantesimo si è spezzato.
E quando, a quel punto, mi sono concessa di arrabbiarmi sul serio, di mandare all’aria ogni cosa, ho scoperto che se smetti di tacere inizi a dare fastidio.
Quando ho deciso che non potevo più punire me stessa per i comportamenti altrui, ho cominciato a vivere davvero.
Ma ho capito subito e, tristemente, che questo non piaceva.
Dovevo starmene buona.
Tenere un basso profilo.
Si accettava che fossi triste, certo.
Traumatizzata, persino.
La rabbia però, non era prevista.
O meglio, sì.
Potevo essere arrabbiata, ma solo di una furia vendicativa, “isterica”, che brama la punizione di un presunto colpevole.
La rabbia sana e pulita di chi chiede verità, onestà intellettuale, fatti non manipolati da stereotipi e convinzioni vecchie come il mondo, quella no, non è accettabile.
Se provi a farla valere, vieni rifiutata. Smentita e calunniata.
Perché le donne arrabbiate sono tollerabili solo se si può etichettarle come frustrate, pazze, persecutorie, allucinate, non attendibili.
La rabbia delle donne che vogliono proteggersi e proteggere non fa audience.
Così come quella di chi vorrebbe splendere, ma le viene fatto capire che no, così sta esagerando.
Se hai subito un torto (o magari una violenza) devi essere credibile.
Convincente in quanto vittima.
Diversamente, te la sei cercata.
Con il tuo brutto carattere.
Con la tua indipendenza.
Con le tue idee strane.Soprattutto, devi restare vittima per sempre.
Che se torni più luminosa di prima, non ce la racconti giusta: allora non hai sofferto davvero!
Le vittime, si sa, sono brave bambine.
E le brave bambine non si arrabbiano.
Diventano donne accomodanti.
Capaci di stare al gioco.
Non importa se questo gioco produce, dalla notte dei tempi, danni incalcolabili.
Anzi, peggio.
Importa solo in teoria.
Importa sulla carta.
Importa in TV.
Sui social.
Il 25 novembre.
Importa quando qualcuna muore.
Ma non importa abbastanza ogni giorno.
Quando ci verrebbe richiesto di cambiare il sistema da dentro.
Nelle famiglie perfette che perfette non sono.
Nei posti di lavoro dove ricevi buffetti sulla testa e pacche sulle spalle.
Anziché stipendi equi e il rispetto dovuto.
Nelle coppie in cui lei rinuncia alla sua indipendenza economica per crescere i bambini.
Senza rendersi conto che, così facendo, sta abdicando alla possibilità di scegliere per sé (e anche per il suoi figli, laddove fosse necessario).
Dietro ogni donna che ha subito torti, ingiustizie e violenze per anni, senza ribellarsi (e trovandolo “normale”) c’è una brava bambina che ha imparato troppo presto a non arrabbiarsi mai.

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