I miei figli non sono la mia ragione di vita

Da quando sono madre io vivo di più e più forte. 

Non ho rinunciato a (quasi) nulla e non ho intenzione di farlo. 
Eppure.

Mesi fa, parlavo con un’amica di famiglia e raccontavo, con un certo fervore (come sempre accade quando un tema mi appassiona) di come la società non sostenga i genitori e, in particolare, le donne che fanno figli.

Elencavo, con dovizia di particolari, le piccole e grandi storture a cui si va incontro quando, dopo la nascita di un bambino, si cerca di trovare supporto nel “sistema”: dalla discriminazione nel mondo del lavoro al trattamento che si riceve in alcuni ospedali, fino alla retorica che impregna ogni cosa quando si tocca “l’intoccabile” tema del “materno”.  

Più mi accendevo, più lei si metteva sul “chi va là”. 

Io facevo l’elenco oggettivo di tutto ciò che il nostro paese non contempla in termini di parità, sostegno, welfare, e lei storceva la bocca come se avesse appena ingoiato qualcosa di cattivo gusto.

Allora mi sono fermata.

Silenzio.

“Sì vabbè, ma tu sei mamma. Hai fatto dei figli, ora non li puoi abbandonare”, ha sputato fuori di colpo, tra i denti, tutto d’un fiato.

Anno domini 2026.

“Hai fatto dei figli, ora non li puoi abbandonare”.

Abbandonare. 

Allora, ricapitoliamo.

Io ragionavo del mio sacrosanto diritto, in quanto donna e madre, di realizzare me stessa, per l’appunto, sia come donna che come madre.

Un’altra donna (non così anziana e nemmeno così “scema”) si è sentita in dovere di redarguirmi sul fatto che “se fai dei figli poi non li abbandoni”.

E niente, ogni volta che torno con la mente a quell’episodio, non posso fare a meno di pensare a quanto sia tutto, profondamente, sbagliato. 

Perché no, quell’amica di famiglia non portava avanti ostinatamente un’idea ormai desueta e generalmente poco condivisa.

Anzi.

Senza scomodare l’uso discutibile (per usare un eufemismo) del termine “abbandono”, le persone convinte che una madre, principalmente, debba occuparsi della prole, continuano ad essere la maggioranza.

Di più, l’idea che una donna che sceglie di riprodursi debba trovare in autonomia un modo per “conciliare” lavoro e famiglia, è ad oggi comunemente, la più diffusa.

Che di questa conciliazione possano e debbano occuparsi anche i restanti membri della suddetta famiglia (leggi “padri”) è invece un argomento che continua a sfuggire alla discussione pubblica. 

Del contributo necessario di un welfare di Stato, neanche a parlarne.

Del resto, perché spendere soldi di tutti per una scelta che riguarda solo alcuni?

Anzi, alcune.

Della serie “se proprio vuoi continuare a lavorare tocca che un modo lo trovi tu”.

Come dici? Non è che vuoi, ma devi? 

E allora almeno chiedi un part-time.

Ti piace il tuo lavoro e non vuoi essere messa da parte?

Beh, potevi pensarci prima di restare incinta. 

Per garantirti un posto al nido rischi di finire a mangiare pane acqua, per tutti gli anni di frequenza? 

Hai voluto la bicicletta, adesso pedala.

Il nido non copre l’intero orario d’ufficio e ti servirà anche una baby-sitter?

Povero figlio, che l’hai fatto a fare se poi non te lo cresci tu?

Inutile dire che in questo delirio collettivo e non riconosciuto, l’idea che tu possa volere qualcosa di più, oltre al semplice “conciliare figli e lavoro” passa direttamente alla voce “utopia”. 

Cioè, fammi capire, tu sei convinta di poter desiderare ancora qualcosa PER TE?

Oltre al lavoro e ai figli?

Ma non lo sai che non funziona in questo modo?

La madri si sacrificano!

In effetti non fa una piega, basta guardarsi attorno per vedere chiaramente cosa venga ritenuto “normale” nella nostra attuale società.

Ad oggi, non mi risulta che sia prassi chiedere ai padre, con chi stiano i figli mentre giocano la partita settimanale di calcetto.

O vanno in moto.

O in bicicletta.

O a un concerto con gli amici.
Al contrario, se una madre viene “beccata” fuori casa, senza pargoli, non c’è verso che possa sfuggire alla fatidica domanda: “e i bambini con chi li hai lasciati?”.

Ovviamente, alla risposta “stanno col papà” seguono inevitabilmente una serie di sproloqui sul genere “mamma mia, quanto sei fortunata!”.

Come se il padre dei tuoi figli stesse facendo un favore personale a te, occupandosi degli esseri umani che, esattamente come te, si è assunto la responsabilità di mettere al mondo.

Come se invece, a parti invertite, avere cura di loro mentre lui impiega il suo tempo libero nei modi che preferisce, rientrasse nel minimo sindacale dei tuoi doveri. 

Insomma, sei donna, madre e ci tieni a essere anche una lavoratrice? 

Hai bisogno di guadagnare e portare a casa lo stipendio?
Oppure, banalmente, ci tieni alla tua indipendenza economica?

Ok, passi, se riesci a organizzarti buon per te. 

Poi però il resto della tua vita dovrai dedicarlo a loro.

I tuoi figli.

Che in fondo, si sa, sono la tua vera ragione di vita. O no?

No. 

I miei figli non sono la mia ragione di vita.

La mia ragione di vita sono io. 

Me medesima. 

Io vivo perché sono viva. E cerco di farlo nel modo più felice e ricco possibile.

Ho scelto di avere dei bambini, che amo immensamente.

Li amo come altro da me.

Esseri umani a sé stanti. 

Come persone.

Persone che non possono e non devono farsi carico di diventare il “motivo per cui io mi alzo al mattino”.

Seriamente, io non so come e quando qualcuno possa aver pensato che essere la ragione di vita della propria madre, debba per forza essere qualcosa di buono.

Di auspicabile.

Di “corretto”, persino.

Non lo è.

È un laccio e un giogo per i figli.

Un ergastolo, fine pena mai. 

Perché se sei cresciuto con una madre che ha dato tutto per te, che ha abbandonato (qui è proprio il caso di dirlo) se stessa, come puoi pensare di lasciarla? 

Di deluderla?

Di fare qualcosa che non contempli la sua felicità?

Come puoi pensare di diventare adulti?

È un alibi per le madri. 

Una motivazione (universalmente riconosciuta e approvata) per non essere costrette a chiedersi cosa si voglia per davvero.
Per smettere di assumersi la responsabilità della propria vita, riversando ogni sforzo nella cura di qualcun altro. 

Perché “tanto ormai con i figli, cosa vuoi”. 

Così se ti farai vecchia senza aver provato a realizzare quel sogno nel cassetto, o starai ancora accanto a un uomo che non sopporti da decenni, non sarà stato per tua libera scelta, ma per “il bene dei bambini” (poco importa se bambini ormai non lo sono più da un bel po’). 

Ed è un alibi per i padri.

Che non dovranno mai farsi carico delle necessità di cura che una famiglia richiede. 

Tanto ci pensa lei, che è “contenta” così.

E chi se ne frega se contenta non lo è per niente, solo che non si è mai fatta le domande giuste e, di conseguenza, le risposte sono state sempre tutte sbagliate.

Soprattutto, è un alibi per la società.

Così si può continuare a discutere di denatalità nei salotti televisivi, senza far nulla per cambiare le carte in tavola (e le regole del gioco) nella vita delle persone. 

E allora, da quando sono diventata madre, io ho deciso di vivere di più e più forte. 

È la mia ribellione personale.

Il modo in cui ho scelto di essere.

Lo specchio in cui, volenti o nolenti, si rifletteranno i miei figli.

Una madre viva.

Piena di sé stessa. 

Che non ha “bisogno” di loro per sentirsi intera. 

Una madre che ha scelto di vivere di più e più forte insieme a loro.

Nonostante loro.

Con gioia e intensità.

Cercando di brillare della propria luce. 

Che, alla fine dei conti, è tutto ciò che abbiamo

La nostra, più preziosa, eredità.  

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