Tutti voglio aiutare le madri.
A fare ciò che loro (non certo le madri) ritengono giusto.
La giostra parte in gravidanza, quando tu scopri di essere diventata poco più di un contenitore, l’incubatrice di qualcuno che già conta molto, ma molto più di te.
E allora “mamma” (che tanto il tuo nome a breve non se lo ricorderà nessuno) stringi i denti. Abituati, è normale, d’ora in poi “sarà tutto per lui”.
Come dici? Hai un dolore lancinante e nessuno farmaco realmente efficace ti è concesso? Beh ma su, che sarà mai, pensa alla vita che hai dentro! Sopporta, è per il suo bene.
E io, ogni volta che mi imbatto in questa retorica da 4 soldi (ed essendomi riprodotta due volte ne ho sentite un bel po’) mi chiedo: ma possibile che nessuno si renda conto che senza il “bene” della madre, il “bene” del bambino non esiste?
E no, non si tratta di fantasie freak ideate da madri “strane” (tipo me) o di assurde teorie new age.
Parliamo di biologia e neuroscienza.
Se io piango e non dormo per il dolore (fosse anche un banale stiramento muscolare), ma non posso prendere alcun medicinale che migliori le cose in tempi rapidi, dubito che, nel frattempo, mio figlio scoppi di gioia nella placenta.
Vista la situazione, mi aspetterei, come minimo, un filo di solidarietà.
E magari anche di essere supportata e indirizzata verso qualche terapia alternativa valida.
Che illusa.
“Dai su, non esagerare, in gravidanza è così”.
Quindi la soluzione devi trovartela da te.
A meno che tu non sia così fortunata da avere una ginecologa di fiducia, dotata della giusta dose di sensibilità.
E questo è un terno al lotto che non contempla per tutte le stesse regole ed ha molto a che fare coi mezzi economici di cui si dispone.
Ma ora dai, non facciamo “polemica”.
E nemmeno “politica”, per carità.
Che essere madre è roba da donna e la politica, si sa, non ama occuparsene.
Il Luna Park continua all’ospedale, quando la tua volontà, il tuo sentire (inteso proprio come ciò che TU senti nel TUO corpo) diventano un valore pressoché nullo.
“Hai fatto il cesareo a mezzogiorno? Ah sei già in piedi, che brava!”
Grazie, cosa ho vinto?
Se fossi ancora comprensibilmente spiaggiata, come verrebbe giudicata la mia performance da partoriente?
Non è dato saperlo.
A un certo punto, arrivano un paio di infermiere.
“Se vuoi lo portiamo al nido per la notte, così riposi un po’” buttano là, evidentemente, controvoglia.
Tu guardi le loro facce scocciate.
E poi guardi lui.
Minuscolo.
Letteralmente “tirato fuori” dalle tue viscere.
Saldamente allacciato a te.
Appena provi a staccarlo si dispera.
Allora, anche se hai la pancia aperta e l’effetto della morfina va scemando, sorridi gentilmente (che la tua di mamma, ti ha insegnato a essere gentile sempre, in ogni situazione) e dici che preferiresti tenere il piccolo in camera con te, ma che magari potresti aver bisogno di un po’ di aiuto.
Dici proprio così: “se non mi sento sicura sulle gambe nel portarlo al fasciatoio, magari vi chiamo”.
La risposta arriva pronta e gelida: “Guarda, se devi chiamare ogni ora è meglio se lo lasci al nido e ci pensiamo noi”.
E lì hai la conferma di ciò che in fondo hai sempre saputo: tua madre si sbagliava alla grande, la gentilezza in certi casi (e con certe persone) è sopravvalutata.
E infatti non sei per niente gentile.
Rispedisci l’offerta al mittente e passi la tua prima notte post cesareo da sola, a prenderti cura di un neonato che, ringraziando il cielo, si caga addosso una volta sola.
Poi iniziano le montagne russe dell’allattamento.
“Oh hai tantissimo latte, perfetto! Il bimbo si attacca bene, brava la mamma!”.
Aridaje.
Ma brava de che?
A parte che mica sono la mucca Carolina.
Ma poi, che significa brava?
Se una il latte una non ce l’ha diventa automaticamente meno “brava”?
Comunque.
Io ho avuto due figli e li ho allattati entrambi.
Nessuno dei due esclusivamente al seno.
Entrambe le volte per scelta.
Con Diana è stata una scelta in parte guidata da eventi, per Libero una scelta vera e propria.
Mi sono sentita e mi sento una madre di mxxxda?
Sì, spesso.
Ma non per questo.
Amo i miei figli più di qualunque cosa nell’universo.
Li amo così tanto da fare male.
Ma so chi sono.
Conosco me stessa, la mia storia.
Conosco i miei limiti.
I miei demoni.
Conosco i miei perché si e perché no.
E sapevo, per mille ragioni (troppo complesse da spiegare su questi schermi) che l’allattamento esclusivo al seno non faceva per me.
Ogni donna che diventa madre fa i conti, prima ancora che con la creatura che ha messo al mondo, con sé stessa.
Con la bambina che è stata.
Con la donna che è e che vorrebbe essere.
Solo che non sempre ne è consapevole e questo può farle molto, molto male.
Perché sì, per quanto incredibile possa apparire ai più dietro ogni madre c’è una donna.
Un essere umano intero, fatto di pensieri, vissuti, desideri, dolori, passioni.
Non un dispenser di latte.
Non una supereroina che “partorirà con dolore” e senza epidurale.
Non una dea del sacrificio perenne che annulla se stessa nella maternità.
E nessuna donna può essere una madre “sufficientemente buona” (per dirlo con Winnicott) se smette di considerare se stessa, i suoi bisogni e sì, anche le sue contraddizioni, per aderire a un modello spacciato come l’unico accettabile.
Tutte abbiamo una storia che ci porta a essere ciò che siamo, e se proprio vogliamo “lavorare” sui nostri limiti, probabilmente il post-parto non è il periodo più indicato.
Sì, le linee guida dell’Oms dicono questo e quello.
Ma sono, per l’appunto, linee guida.
Il problema si crea se diventano obblighi morali.
Sensi di colpa indotti, magari anche in buona fede.
Prima delle linee guida ci sono le persone.
Tutti vogliono aiutare le madri.
Ma si dimenticano che per aiutare servirebbe prima, semplicemente, chiedere: “Di cosa hai bisogno?”
E farsi andare bene la risposta così com’è.
Senza “ma, però”.
Senza giudizi mascherati da buona intenzioni.
Senza ingerenze e invasioni di campo non richieste.
Perché io magari non ho bisogno di un’ostetrica a domicilio.
Né di una consulenza professionale per lo svezzamento.
Ma di uscire con un’amica.
Di bere un caffè o uno spritz (sì, uno spritz!) al sole.
Di andare al cinema (sì, al cinema!) a vedere quel film appena uscito che aspettavo da tanto.
Di andare a cena da sola col mio compagno.
Di tornare a lavorare senza vendere un rene al mercato nero.
Perché sono madre, ma sono ancora viva.
E vorrei essere anche felice.
E magari intera.
E i figli hanno bisogno proprio di questo.
Di madri felici.
Madri intere.
Madri che non dicano “ho rinunciato a tutto per te”.
Credendo pure che sia normale.
E che sia utile ai figli.
Spoiler: non lo è.
Un anno fa sono diventata mamma per la seconda volta.
E per la seconda volta mi sono sentita fortunata per la testa “matta”, per il “brutto carattere” che ho.
Per la mia fame di indipendenza e libertà.
Per tutto ciò che mi rende meno fragile di altre, in un mondo senza tutele.
In una società in cui tanto si parla di depressione post-partum, ma poi resta tutto lettera morta.
Perché parliamo di denatalità, ma in sostanza i figli restano affari tuoi.
Manco delle famiglie. Delle donne proprio.
Se davvero vogliamo aiutare le mamme, servono più domande e meno risposte.
Sensibilità.
E poi fatti concreti.
Reali.
Tangibili.
E, magari, nel frattempo, ricordiamoci di chiamarle per nome, queste mamme.
Negli ospedali, negli asili, nelle scuole.
Che mamma sarà anche un bellissimo sostantivo, ma noi abbiamo tutte un nome proprio di persona.
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