La scorsa settimana sono state uccise due ragazze di appena 22 anni.
Da giorni mi frullano per la testa una quantità mostruosa di pensieri scomposti, a cui sento di dover dare un ordine.
E allora, eccoli qua, punto per punto.
1) IL BRAVO RAGAZZO
Regolarmente, quando una donna viene uccisa da un uomo che “la voleva troppo” o “non la voleva più”, ci indigniamo per il modo in cui l’assassino viene raccontato da certa stampa (“bravo ragazzo”, “introverso e silenzioso”, “studente universitario”, “nessuno avrebbe mai immaginato”).
E io ogni volta mi dico: davvero la cosa ci stupisce? Quelle che, come me, la battaglia del no alla violenza la sentono, la studiano, la praticano ogni santo giorno da una vita, sanno perfettamente (e tristemente) che non c’è nulla di cui stupirs
L’abuso sul femminile, in famiglia o in altro contesto, viene normalmente trattato in questi termini da una larghissima parte di quella classe medio-alta (di cui spesso i giornalisti fanno parte), che si ritiene e autoproclama “emancipata, progressista, istruita, a favore della parità”.
Per capirci, parlo di quelli che scendono in piazza il 25 novembre (se è l’anno “giusto” e la manifestazione prevede una densa partecipazione), ma poi si fanno beffe di te, che “prendi tutto troppo sul serio”.
Spesso sono gli stessi che ridicolizzano la parola “femminismo”, etichettandola come un’ eccessiva e obsoleta forma di “odio per il maschio”.
Di conseguenza, dov’è la meraviglia?
Le parole che usiamo fanno luce sul filtro (personale, sociale, culturale) con cui guardiamo le cose del mondo e finché il filtro non cambierà, difficilmente sarà qualcos’altro a farlo.
2) LEI NON AVEVA DENUNCIATO
“Ma dai, non esagerare”.
“Cerca di essere gentile, vedrai che poi gli passa”.
“Tu sei forte, lui invece sta soffrendo”.
“Non farebbe male a una mosca”.
“Però anche tu, non lo provocare! Lascia perdere”.
“Almeno è un bravo papà”.
“Se lo denunci gli rovini la vita”.
Queste sono le frasi che, ancora troppo spesso, si sente rivolgere una donna quando racconta comportamenti preoccupanti, portati avanti da uomo emotivamente fuori controllo, che gioca con la paura di lei (per sé o per i suoi figli), che minaccia di uccidere o di uccidersi, che assilla, offende, svilisce, chiede scusa, si placa e poi ricomincia.
Ci insegnano, fin da piccole, a essere “buone e disponibili”.
Ancora poche settimane fa, Anno Domini 2025, una persona che conosco da vicino si lamentava che la sua bambina fosse “poco ubbidiente” e io, davanti a quel termine (UBBIDIENTE!), che utilizzava mio padre, nato nel 1935, non ho potuto fare a meno di rabbrividire e chiedermi “ma sei, un genitore o un addestratore cinofilo?”
Ci insegnano, sistematicamente, a non fidarci delle nostre sensazioni, a sminuirle, a fare come ci viene detto per non sembrare “isteriche e rompicoglioni”.
La nostra assertività da fastidio.
Anche sul lavoro.
Se sei maschio e ti fai valere appari “solido”, “volitivo”, “brillante”.
Se sei femmina, il discorso cambia. Meglio tenere un basso profilo che altrimenti risulti presuntuosa. In fondo chi ti credi di essere?
Tempo fa, un uomo con cui lavoravo, mi disse, tra il divertito e il perplesso: “comunque piaci ai clienti, nonostante quel tuo brutto carattere”.
Nel caso specifico, il mio brutto carattere si manifestava attraverso il netto rifiuto a lasciarmi manipolare da una retorica aziendale basata sul sacrificio di sé e sul senso di colpa.
Nota bene: io sto per compiere 40 anni e ce ne ho messo di tempo per portare in giro con orgoglio questo “brutto carattere”.
A non mascherarlo.
A legittimare la mia voce senza sentirmi “cattiva” o temere di “essere punita”.
Poi però cadiamo dal pero se una ventiduenne non denuncia il compagno di corso che “ci prova” e le “rompe le balle”.
Io me la immagino Sara Campanella che chiacchiera con le amiche davanti a uno spritz. La vedo che disquisisce la questione del persecutore invadente, in modo quasi ironico, cercando di non dare alla cosa troppa importanza.
Mi figuro l’amica preoccupata che le dice di fare attenzione, e quella che invece, in buona fede e con una punta di cattiveria (sì, esiste anche quella, non siamo “da proteggere” solo quando ci mettiamo in lista per la santità) sfotte lo “sfigato” insistente.
Nessuna di loro, probabilmente, avrebbe davvero ritenuto possibile una simile conclusione.
Eppure Sara è morta.
E qui si va in giro per salotti televisivi a chiedersi “perché” e “come sia stato possibile”, e “come fare in modo che non accada più”.
Quando, probabilmente, la risposta ce l’abbiamo davanti agli occhi, solo che fa troppa paura.
3) LA FAMIGLIA
Proprio questo weekend ho finito di guardare “Adolescence”, la serie Netflix del momento, e non riesco a schiodarmi dalla testa l’ultima scena.
Il padre di Jamie (tredicenne bullizzato, diventato poi assassino della ragazza che lo aveva snobbato e deriso), è un uomo tutto d’un pezzo, amante del calcio e delle attività “maschili”. Quel figlio, con una sensibilità tanto diversa dalla sua, forse non lo ha mai davvero visto e capito.
Così, nel giorno del suo cinquantesimo compleanno, travolto da mille domande senza risposta, entra nella stanza del ragazzo, ora in carcere e intenzionato a riconoscere la propria colpevolezza.
Si guarda attorno, si siede sul letto, stringe tra le mani l’orsacchiotto appoggiato sul cuscino e gli rimbocca le coperte. Come vorrebbe fare (e magari non ha mai fatto) con il suo bambino.
Poi scoppia in un pianto disperato.
Appoggia il capo sul pupazzo e, con la voce rotta dice”: “mi dispiace ragazzo, avrei dovuto fare di meglio”.
Ecco, lì, su quella frase, su quel dolore indicibile, ho sentito qualcosa spezzarsi dentro.
Perché, alla fine dei giochi, nessuno nasce carnefice.
E nessun genitore vuole un figlio assassino.
EPPURE.
Eppure Sara è morta.
E anche Ilaria.
E tante altre prima di loro.
E no, non saranno le ultime, per quanto possiamo augurarcelo.
Allora forse è giunta l’ora di renderci conto che dovremmo davvero fare di meglio.
Tutte e tutti noi.
Come uomini e come donne
Come genitori.
Prima di tutto però, come essere umani.
Piantarla di giustificare.
Scusare.
Minimizzare.
E metterci in discussione.
Ma sul serio.
Non su carta, non a chiacchiere.
Affrontando a brutto muso le storture con cui siamo stati inconsapevolmente cresciuti.
Che altrettanto inconsapevolmente portiamo nelle nostre relazioni.
E che diventano le fondamenta su cui si creano le nostre famiglie.
Perché quello che stiamo facendo, evidentemente non è abbastanza.
Tra meno di due settimane avrò un altro bambino. Un maschio.
E per mia figlia.
Per la bambina che io stessa sono stata.
Per Sara, Ilaria e le altre. Con tutta la rabbia e con tutto il dolore, giuro che mi impegnerò a fare di meglio.
Chissà che un giorno non diventi abbastanza.

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