Tempo fa, quando avevo ancora Diana in pancia, una persona allora a noi vicina se ne uscì con una vera “perla”.
“Pensa se un giorno Diana diventasse una di quelle bambine che amano le Barbie e le pailettes” mi disse “sai che ridere, con una mamma femminista!”.
Io la guardai interdetta, possibile che avessi sentito bene?
Dopo aver contato fino a 100 (per non imprecare), le risposi che, essere “femminista”, dal mio punto di vista (evidentemente diverso dal suo) non significa abolire l’uso del rosa e bruciare i reggiseni, ma semplicemente, credere nel diritto di ogni donna di autodefinirsi e decidere in autonomia ciò che desidera per sé stessa, al di là di ogni dogma sociale o stereotipo di genere.
Ergo: se a un giorno mia figlia vorrà giocare con le Barbie andrà benissimo, idem se preferirà trenini, trattori o qualsiasi altro mezzo di locomozione solitamente considerato “da maschio”.
Quattro anni dopo, Diana è appassionata di Batwheels (per i profani, il cartone animato che racconta le avventure delle automobili appartenenti ai protagonisti dell’universo di Gotham City).
Personalmente, non sono mai stata grande fan dei supereroi, la pupetta ha fatto tutto in autonomia.
E il motivo di cotanto entusiasmo non è dato saperlo: ho chiesto più volte a Diana come mai le Batwheels le piacessero tanto, la risposta è sempre stata un’alzata di spalle e un “perché sì”.
Comunque, per questo Carnevale, la ragazza ha chiesto di essere vestita da Bibi (sempre per i profani, la moto di Batgirl).
Il costume era impossibile da trovare, per cui abbiamo ripiegato proprio su Batgirl (che Diana ha continuato, testardamente, a chiamare “Bibi” per tutto il tempo).
E io, oggi, guardando le foto di qualche giorno fa, mi sono un po’ emozionata
Ho pensato a noi bambine degli anni ’90, in gran parte vestite da principesse, fatine e damigelle.
Tutte in attesa di un principe azzurro.
O più spesso di un Peter Pan.
Ho ricordato i giochi in cortile e le ricreazioni trascorse a immaginarci giovanissime mogli e madri di 2 o 3 figli a testa, perché nel nostro universo non esisteva alternativa possibile al mettere su famiglia.
Restare single avrebbe significato essere sola e infelice, una “zitella”.
Lo scioglimento del vincolo coniugale, per quanto permesso dalla legge, non era contemplato.
Pena la messa in ridicolo, il chiacchiericcio spietato, a volte persino l’emarginazione.
Così, ora mi guardo da fuori.
Una madre mai sposata e (oibò) separata.
In attesa di un figlio da un altro uomo, uno di quelli “strani” e ancora abbastanza rari, che non hanno paura di fare il tifo per te.
Al mio fianco, una quattrenne vestita da supereroina.
É l’8 di marzo e io lo so che la parità, nei fatti e nelle menti di tante e tanti, è ancora lontana.
Eppure, non posso fare a meno di dirmi che sì, c’è speranza.
E io ho l’enorme privilegio (e l’enorme responsabilità) di tenerla per mano.

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