Il diritto di essere arrabbiata

Sono incinta di 5 mesi e sono arrabbiata.
Tutti mi dicono che dovrei starmene tranquilla “altrimenti ti si alza la pressione”.
Io però non posso farci niente, perché beh, sono proprio nera.
Solo che si sa, la pressione alta in gravidanza è un problema.
E allora devi stare più calma, mamma mia che brutto carattere hai.
Cerca di vivere serena.
Nel tuo caso c’è pure un precedente:
anche alla fine dell’altra gravidanza ti si era alzata la pressione.
Eh già, anche l’altra volta mi si era alzata.
Che coincidenza.
Anche l’altra volta ero arrabbiata.
Ora che ci penso, lo sono da una vita.
E allora qualche giorno fa, alle 8.30 di mattina, mentre ero al bar a bere un cappuccino d’orzo (che quello “vero” ti fa male), perché temporaneamente “sfrattata” da casa mia (per ragioni che non voglio neanche perdere tempo a spiegare) mi sono detta che tutta questa emozione implosiva, accumulata dentro e gestita impeccabilmente, forse sarebbe ora di tirarla fuori.
Per smettere di fare male a me stessa.
Potrei darle nomi e cognomi, ma in fondo non ne ho davvero bisogno.
Semplicemente, sono stanca di “comportarmi da signora”.
Poi magari domani tornerò ad agire con riserbo e “nell’interesse di tutti”.
Ma oggi no.
Oggi voglio dire ad alta voce che mentre la “bella società” discute a caso, in prima serata, di “violenza e patriarcato”, la vita reale prevede (e consente) che uomini adulti bianchi, occidentali ed emotivamente disturbati ricoprano posizioni di rilievo, andandosene in giro a far danni, con la loro miglior maschera da padri amorevoli e professionisti brillanti piantata in faccia.
Figli sani di una società pronta a giustificarli sempre e comunque.
Di famiglie perfette che hanno generato analfabeti emozionali, così, senza farci caso.
Questo sabato, per cause di forza maggiore, non sono scesa in piazza a manifestare contro la violenza sulle donne. E mi spiace immensamente.
Perché quella causa è la “mia” causa.
Una storia che conosco, che mi appartiene.
E sono giorni che penso e ripenso alle parole del nostro Ministro dell’Istruzione (colui che dovrebbe amministrare il futuro delle nuove generazioni) e vorrei aiutarlo a fare un po’ di chiarezza sul significato della parola “violenza”.
Spiegargli che non arriva coi “barconi”, ma alberga in mezzo a noi dalla notte dei tempi.
Violenza è un uomo adulto che sibila a una bambina inerme “sei stupida come tua madre”.
È un padre di famiglia, furiosamente e immotivatamente geloso, che grida alla moglie di essere fortunata ad aver trovato un tipo come lui, perché “un altro ti avrebbe già uccisa”.
Non sa, non si rende conto e nemmeno gli interessa, che sua figlia adolescente lo sente e, ogni notte prima di dormire chiude a chiave la porta di camera sua, pregando Dio e l’universo intero di proteggere lei e la mamma fino al mattino.
Un giorno, nella sua casa di donna adulta, terrà per anni le porte chiuse.
E incontrerà una sequela di uomini sbagliati.

Violenza è un manager rampante che mette incinta la sottoposta di dieci anni più giovane e poi le intima di abortire, visto che lui è già impegnato.
È il giovane in carriera che minaccia la compagna, da cui si sta separando, di “lanciarla dal balcone”, mentre la loro bimba dorme nella stanza accanto.
È sempre lui che, dopo averla tradita, le dà della “zoccola” per aver osato mettere in discussione la sua versione dei fatti.
È l’uomo, all’apparenza gentile, che scrive alla madre di sua figlia “crepa, spero che tu muoia, la bambina starebbe meglio senza di te”.
Violenza è la famiglia di lui che sostiene che la “colpa è di entrambi, in fondo lei faceva male le lavatrici, risponde sempre a tono ed è una donna così indipendente”.
COSÌ. INDIPENDENTE.
Violenza sono tutti quelli che minimizzano e normalizzano, perché lui è un “amico”.
Violenza sono i tanti che chiedono “ma hai mai pensato che ti avrebbe fatto male sul serio?”.
Come se le tante donne ritrovate sul fondo di un lago o nel bagagliaio dell’auto di qualcuno che sosteneva di averle amate, avessero realmente potuto immaginare un epilogo simile.
Violenza è tutte le volte in cui una donna che non ha lo “standing” della vittima perfetta (ma resta lucida e chiama le cose col loro nome) viene accusata di “esagerare”, perché se non l’hanno distrutta non è credibile.
La ferita deve essere visibile, pubblicamente esposta.
La fragilità manifesta.
Un bell’occhio nero può aiutare, fare la differenza.
Senza non sei nessuno.
Anzi no, sei una gran rompicoglioni.
Una che si arrabbia inutilmente.
“Ogni tanto puoi anche lasciar perdere”.

E in effetti oggi avrei voluto fare così, lasciar perdere.
Solo che è il 25 novembre e sabato non sono andata alla manifestazione.
Ho di nuovo un bambino in pancia.
Un maschio.
Oltre a una femmina di 4 anni che, non a caso, si chiama Diana.
E questa rabbia, questa pressione che sale, questo cuore che esplode per sete insoddisfatta di verità, dovranno pur trovare un posto e un senso prima o poi.

Perché là fuori sono ancora in troppe a non sapere di avere tutto il diritto di arrabbiarsi molto, ma molto di più.
E che non c’è colpa in questo.
Né errore.
Né pretesa
Né follia.
Ma solo desiderio di un mondo più giusto, per noi e per chi verrà.

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