Quando ero bambina Halloween non esisteva e la festa dei “Santi” non sembrava nemmeno una vera festa.
Certo, si stava a casa da scuola, ma il “festeggiamento” consisteva in un giro al cimitero con le donne della famiglia. Ricordo che ci fermavamo dal fioraio e mia nonna sceglieva regolarmente i garofani rossi. Seguivano un paio d’ore di cambi d’acqua e allestimenti di graziosi mazzolini per ogni lapide, con lo snocciolamento di una litania di nomi di bisnonni sconosciuti.
Dopo si passava al forno del paese a comprare “le fave dei morti’.
A casa trovavamo mio padre che, ridacchiando, ci ricordava che quando fosse giunto il suo momento, per lui non avremmo dovuto prenderci tanto disturbo perché “da morto cosa dovrei farmene dei fiori? Se ancora esisteró da qualche parte non sarà certo al cimitero”.
All’epoca non avrei mai creduto che a un certo punto, avrei finito per pensarla come lui.
Comunque, dopo qualche anno, quando già frequentavo le medie, Halloween iniziò a fare capolino nelle nostre vite, sotto forma di cartoni animati, telefilm e addirittura con qualche timido accenno di decorazione nella vetrina della cartoleria.
Non saprei dire perché, ma l’idea di una notte all’anno in cui il mondo dei morti si mescola a quello dei vivi, mi piacque subito.
Non la trovavo un’idea spaventosa, ma anzi confortante.
E magica.
Sarà che in fondo con le storie di fantasmi, di strane visioni e di sogni premonitori ci sono cresciuta. E come poteva essere diversamente con una madre che viene da una terra definita “meiga” e che tra i suoi simboli ha la “bruja”, ovvero la strega?
Del classico “dolcetto o scherzetto” me ne sono sempre fregata il giusto (quindi molto poco) ma le origini del “culto” di Halloween, inteso come ciclo stagionale e di passaggio tra vita e morte, morte e vita, mi hanno sempre affascinato.
In fondo ė una metafora perfetta di ciò che ci accade, della necessità imprescindibile di lasciar andare qualcosa per avere qualcos’altro. Dell’eterno cambiamento di cui siamo fatti e che ci circonda.
Poi, qualche anno fa, mi sono imbattuta nella versione messicana del nostro “Giorno dei morti”: “El dia de los muertos”, una festa coloratissima in cui si celebrare la vita, ricordando le persone care che non ci sono più e onorando le proprio origini.
Così, adesso mi trovo a ripensare con tenerezza a quelle mattinate al cimitero, a mia nonna e ai suoi garofani rossi.
A mio padre e a tutto quel che mi ha dato. A tutto quel che mi ha tolto.
A quanto gli somiglio senza somigliargli.
E allora ieri sera per mettere in fila questi pensieri, dopo 2 anni e mezzo di Covid e una figlia, sono andata a una festa.
Una festa vera, con le maschere e la gente che chiacchiera fitto fitto.
Di quelle a cui forse 10 anni fa non avrei avuto nessuna voglia di andare.
Ci sono andata con una coroncina in stile “Dia de los muertos” in testa ed è stato divertente.
E leggero.
E liberatorio.
E mi ha ricordato che sí, a volte bisogna scegliere cosa lasciar morire, per continuare a vivere.

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