Il 2020 lo ricorderò a lungo come l’anno in cui tutto cambiava.
Non solo per me, questo è chiaro, non mi aspetto l’esclusiva né che la mia vita personale regga il confronto con una pandemia globale.
Quel che è certo però, è che nel 2020 il mio di mondo è crollato.
Imploso senza preavviso. Un giorno ero felice, quello dopo ogni cosa si era accartocciata su se stessa, lasciandomi spalle al muro.
Quasi nessuno se ne è accorto, sono sempre stata brava a camuffare le emozioni. Ho continuato a mangiare, dormire, lavorare, come si fa quando si è responsabili di qualcuno che, letteralmente, ti sta crescendo dentro.
Ogni tanto, da sola, di notte, piangevo.
Masticavo rabbia e impotenza. Perché non era così che doveva andare eppure era esattamente così che stava andando.
E non c’era niente che potessi fare, altri avevano scelto per me. Le conseguenze però le avrei pagate anch’io e per intero.
Se qualcuno oggi mi fa notare quanto sia stata “forte” allora, quasi mi imbarazzo, come quando si riceve un attestato di stima ingiustificato. In fondo è facile essere “forte” se non hai altra possibilità.
Credevo che a un certo punto sarei crollata, che quel lumicino sempre acceso, che teneva viva la speranza in un domani migliore, si sarebbe spento. Mi chiedevo come avrei fatto, se fosse accaduto, a occuparmi di qualcuno all’infuori di me. Anche se pensare a quel qualcuno era l’unica forma di futuro che ancora riuscivo a immaginare.
Poi quel qualcuno è arrivato. Diana è diventata reale. Minuscola e perfetta, ha colorato il mondo della sua luce.
È stato lì che mi sono sentita forte davvero.
Non so come sia successo, forse è stata una magia. O magari alchimia, quella che trasforma il piombo in oro.
Lei è nata e assieme a lei sono rinata anch’io.
In una versione di me che non conoscevo.
E non parlo di quel discorso trito e ritrito per cui “quando nasce un bambino nasce una mamma”.
No, no, sono proprio rinata io.
Come se, tenendo mia figlia tra le braccia, avessi imparato a cullare me stessa. A guardarmi con amore, come faccio con lei.
A stringere forte la bambina che sono stata e che porto dentro.
Mi sono scoperta capace di cose che non credevo possibili.
Ho capito che puoi sentirti integra anche mentre tutto va in pezzi. Purché ti tenga stretta te stessa.
E adesso vorrei tanto abbracciare quella ragazza che piangeva di notte e dirle che alla fine tutto sarebbe andato a posto, anche se non nel modo che aveva immaginato.
Ma con tutti i chiaroscuri di cui è fatta la vita.
Con la precisa sensazione di essere nel posto giusto.
Per sentirsi di nuovo felice. E libera.
Come mai prima.
Così, per celebrare questo “anniversario”, che poi sarebbe anche il compleanno di mia figlia, ho deciso di farmi un regalo e dare alla luce una nuova creatura. Oppure, per dirla in modo lievemente più prosaico, creare una “scatola” virtuale, ancora vuota, da riempire di pensieri.
Non so quant’era che mi ripromettevo di farlo, per poi, puntualmente, lasciare perdere. Come se agire davvero, aprire questo spazio fatto di niente, per metterci dentro pezzi di me, significasse prendermi troppo sul serio. Dare eccessiva importanza a quello che penso e che dico. Perché “in fondo a chi potrà mai interessare?”.
Probabilmente a nessuno.
Ma sai che c’è di nuovo? Fa niente.
Fa niente se mi leggo da sola. Se scrivo perché mi va.
O perché, come cantava qualcuno, con cui condivido le origini (e una “r” discutibile):
“ho ancora la forza di scegliere parole
per gioco, per il gusto di potermi sfogare
perché, che piaccia o no, è capitato
che sia quello che so fare”
E allora perché no? Facciamolo!

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